Quando i ruoli si capovolgono: la diagnosi
Dal quaderno a quadretti, pagina senza data, scritta in macchina mentre lei era dal panettiere.
Oggi un uomo in camice ha usato il nome di una malattia come si usa il nome di una città: con naturalezza, come se ci fosse già stata. Io ho annuito. Ho ringraziato. Ho perfino detto «grazie mille, dottore», con quel «mille» che si dice ai baristi. Poi sono uscita e mi sono accorta che continuavo a stringere in mano le chiavi della macchina con la punta rivolta in fuori, come insegnano nei corsi di autodifesa.
(Nota per l'impaginato: un mazzo di chiavi appoggiato su un tavolo di formica, in alto a destra la luce bianca di un neon.)
«Non è un parkinsonismo secondario. È malattia di Parkinson, in fase iniziale.»
Il neurologo lo disse alle 11.40 di una mattina di fine settembre, nello studio al secondo piano della clinica, con la finestra che dava sul parcheggio. Teneva il referto del DaTscan aperto davanti a sé, girato verso di loro, e indicava due virgole scure sull'immagine come si indica un guasto su una planimetria. Aveva una voce gentile, nessuna retorica, nemmeno una pausa preparatoria. Marta gliene fu grata e gliene volle male nello stesso istante.
Sua madre, seduta sulla sedia accanto, disse: «Ho capito». Poi chiese se poteva continuare a prendere la pastiglia per la pressione.
Era cominciata mesi prima, al mercato coperto. Facevano la spesa insieme ogni giovedì — una liturgia, più che una necessità — e un giovedì Marta si accorse di essere arrivata al banco del pesce da sola. Si voltò. Anna era due metri indietro, e non era ferma: camminava. Ma camminava come se l'aria le fosse diventata più densa, un passo al rallentatore, il braccio destro immobile lungo il fianco mentre il sinistro oscillava regolare. Tutto lì. Un braccio che non oscillava.
Fu Marta a insistere per la visita. Il primo neurologo aveva parlato di parkinsonismo secondario, aveva prescritto l'esame, aveva detto «vediamo». Quella parola, vediamo, aveva retto il campo per cinque settimane. Poi era arrivato il referto, e con il referto quella mattina di settembre, e il parcheggio dietro la finestra.
In macchina, sulla strada del ritorno, c'era un silenzio pressurizzato. Marta sentiva il ticchettio della freccia come se fosse un conto alla rovescia. Sua madre guardava fuori dal finestrino con la mano destra chiusa a pugno in grembo, per nascondere quel micro-movimento del pollice che nelle ultime settimane era diventato il centro di gravità dei pensieri di entrambe. Un pollice. Tutto il peso di quella casa era appoggiato su un pollice.
E Marta, guidando, guardò il profilo di sua madre e pensò — testualmente, con una nitidezza che ancora oggi le mette i brividi — ma non potevi avere una storia con un uomo sposato, prosciugare il conto in banca e scappare a Santo Domingo? Non potevi rovinarci la vita in un modo più gestibile e divertente?
Non stava pensando alla sostanza nera, né ai neuroni dopaminergici, né al dolore della donna seduta accanto a lei. Stava pensando ai propri sabati. Ai viaggi che non avrebbe fatto. Alle cene annullate all'ultimo, ai soldi che sarebbero andati in fisioterapia invece che in biglietti aerei. Provò un risentimento feroce verso sua madre, come se si fosse ammalata per dispetto, per inchiodarla a terra proprio adesso che aveva imparato a stare in aria.
Nessun codice deontologico autorizza un pensiero del genere. Nessun paziente lo sentirà mai uscire dalla sua bocca durante una seduta.
Poi, per spezzare quel silenzio che la stava soffocando, disse a voce alta, guardando il cruscotto: «Beh, almeno non dovrai più comprare i biglietti per i concerti rock. Il pogo ce l'hai già incorporato».
Una battuta orribile. Agghiacciante. Marta sentì il proprio sangue fermarsi all'altezza della clavicola. Sua madre si girò di scatto, e per due secondi interi — due secondi lunghi quanto il semaforo di via Roma — Marta fu certa che le avrebbe dato uno schiaffo o che sarebbe scoppiata a piangere.
Invece Anna guardò la propria mano sul sedile, la mano che ballava da sola, e disse: «Idiota. Almeno a Sanremo farò un figurone con le maracas».
Risero. Risero forte, con le lacrime che arrivavano addosso senza chiedere permesso, mentre Marta accostava al marciapiede perché non distingueva più la corsia. Non c'era nessuna professionista in quell'abitacolo. C'era solo una figlia furiosa, che per non affogare buttava giù la prima battuta che le veniva in gola.
Il rovesciamento, però, non cominciò quel giorno. Cominciò tre settimane dopo, un martedì pomeriggio, senza emergenze, senza crolli, in quella fase che i manuali chiamano con imperturbabile ottimismo «stabilizzazione e adattamento».
Marta era andata a casa sua con il pretesto del cambio di stagione — un pretesto che si era inventata di sana pianta per tenerla d'occhio senza darlo a vedere. Sul letto c'era una montagna di maglioni. Anna era in piedi davanti all'armadio aperto, con un cardigan di lana cotta verde, uno dei suoi preferiti, e provava a infilare il primo bottone nell'occhiello. La mano sinistra faceva perno. La destra si rifiutava. Ci provò una volta, due. Alla terza il cardigan le scivolò di mano e finì a terra.
E lì scattò il pilota automatico. Marta si chinò, raccolse la lana, e con una voce che non era la sua — alta, melodica, la voce che si usa con i neonati e con i cuccioli — disse: «Ecco qui, tesoro, ci penso io. Non ti preoccupare, facciamo subito. Siediti sul letto che ti aiuto».
Mentre parlava, aveva già allungato le mani verso le maniche. La stava vestendo.
Sua madre si irrigidì. Fece un passo indietro, sottraendosi al tocco, e la fissò battendo le palpebre, con le pupille strette e le labbra serrate in una linea dura.
«Non sono scema», sussurrò. Nessuna rabbia nella voce, ed è questo che fece il danno. «Sono solo lenta.»
Marta ritrasse le mani come se la lana scottasse. In quel secondo capì che cosa stava facendo in nome dell'amore: la stava genitorializzando. Non per crudeltà — per fretta. Per non guardare la sua fatica. Per non stare dentro i tre minuti che a sua madre servivano adesso per un gesto che prima durava tre secondi.
Rimise la voce sulla propria frequenza, quella da adulta ad adulta. «Hai ragione. Scusami. È che sono un'incompetente e volevo solo sbrigarmi per andare a prendere il caffè. Fai con calma, io intanto piego questi.»
Si sedette sul letto e cominciò a piegare maglioni, obbligandosi a guardare altrove. Ci vollero tre minuti pieni. Quando l'ultimo bottone entrò nell'occhiello, Anna si voltò con un sorriso stanco e fiero. Era ancora sua madre. E Marta era ancora sua figlia.
Questo libro nasce da quei tre minuti.
Dentro ci sono due voci, e conviene dirlo subito perché il lettore non si aspetti coerenza. Una è la voce della psicologa: ordina, nomina, cita, sa che cos'è il lutto anticipatorio e come si misura il carico assistenziale. L'altra è la voce della figlia, che alle tre di notte cerca su internet quanto si vive con questa malattia e poi chiude il portatile di scatto, come chi ha guardato qualcosa di osceno. Le due voci litigano spesso. Quando vanno d'accordo, di solito è perché una delle due sta mentendo.
E c'è una forma, perché a questa storia una forma serviva. Ogni capitolo si apre con un frammento di quaderno — scritto a caldo, con gli errori e le ingenuità di chi non sapeva ancora niente — e si chiude con una cassetta degli attrezzi: una tecnica, un esercizio, qualcosa che si possa usare domani mattina alle sette. In mezzo, il tempo avanza come avanza nella realtà, a sbalzi. Le emozioni del lutto anticipatorio — negazione, rabbia, contrattazione, tristezza, accettazione — compariranno tutte, ma non in fila indiana e non una volta sola. Non sono gradini. Sono onde: tornano, si sovrappongono, e qualche volta ti arrivano addosso di schiena mentre stai facendo la spesa.
Quel giorno di settembre, prima della macchina e prima della battuta sul pogo, erano rimaste sedute dieci minuti in sala d'attesa. Marta era andata allo sportello a prenotare il controllo a tre mesi — 14 dicembre, ore 9.30, aveva scritto sul retro di uno scontrino — ed era tornata a sedersi accanto a sua madre, sulle sedie azzurre, sotto un televisore muto che trasmetteva previsioni del tempo.
Non si dissero niente. Poi Anna spostò la mano destra, quella che non le obbediva più, attraversò i venti centimetri di plastica azzurra che le separavano e cercò la mano di sua figlia. Non la strinse: non ci riusciva bene. Ci appoggiò sopra il palmo e lasciò che il tremore passasse da una pelle all'altra.
Marta non si mosse. Restò lì a guardare le nuvole disegnate sullo schermo, tenendo ferma la mano, perché quello era l'unico posto del mondo in cui il tremore si fermava un po'.
Di quello che accadde subito dopo — dell'autunno intero passato a non pronunciare quella parola in casa, delle bugie gentili che si raccontarono a vicenda, del modo in cui la negazione arriva travestita da buon senso — parla il capitolo che segue.
La cassetta degli attrezzi — Accogliere una notizia traumatica (le prime 72 ore)
Quello che segue contraddice una parte della letteratura. Marta lo ha verificato prima su di sé e poi, con cautela, con i suoi pazienti.
1. Il divieto di documentarsi. Per settantadue ore: niente motori di ricerca, niente gruppi, niente opuscoli. L'informazione riduce l'ansia quando c'è una decisione da prendere; nelle prime ore non c'è nessuna decisione da prendere, e la mente fa un balzo di dieci anni in avanti, mettendo una sedia a rotelle sotto una donna che per ora ha solo un pollice che balla. Si diventa esperti dopo. All'inizio serve solo respirare e proteggere il presente.
2. Non fare il genitore di tuo padre o di tua madre. Prima di aiutare, conta fino a cinque e chiediti: lo sto facendo perché lei non ce la fa, o perché io non sopporto di guardarla mentre ci prova? Nel dubbio, siediti e piega i maglioni. Lasciare il ruolo di genitore a chi lo ha avuto per una vita, finché è biologicamente possibile, è un intervento terapeutico, non una mancanza di premure.
3. Il permesso di odiare la situazione. Scrivi su un foglio, a mano, il pensiero peggiore che ti è passato per la testa — quello di cui ti vergogni. Rileggilo una volta. Poi piegalo e mettilo via (non strapparlo: serve sapere che esiste). I manuali chiamerebbero quel pensiero «scarso adattamento». Qui lo chiamiamo essere una figlia vera.
4. Una frase da tenere in tasca. Quando qualcuno chiede come stai, è lecito rispondere: «Fa schifo, e per ora non ho una strategia». La finta forza consuma chi assiste molto prima che la malattia consumi chi ne è affetto.