Copertina di La Piccola Bomba che Sognava i Colori
Romanzo

La Piccola Bomba che Sognava i Colori

Nel Paese Grigio

Al centro della piazza c'era una fontana senz'acqua, e dentro la fontana senz'acqua c'erano dei sassi. Sul bordo, un tempo, qualcuno aveva scritto qualcosa. Adesso restavano una L, una I e mezza O, e nessuno che si fermasse a leggerle.

Intorno, tutto era grigio.

Non grigio come le nuvole prima della pioggia, che poi si aprono. Grigio e basta. Grigie le strade, grigi i muri rimasti in piedi, grigi i muri caduti. Grigia la polvere che copriva ogni cosa come una coperta troppo sottile, e che si posava di nuovo appena qualcuno la spostava.

Il fumo saliva sempre da qualche parte. Non si capiva mai bene da dove. Saliva lento, in colonne storte, e a metà strada si stancava e si allargava nel cielo, e il cielo lo prendeva e diventava anche lui della stessa cosa. Chi fosse cresciuto lì avrebbe potuto pensare che il cielo si facesse così, di fumo, e che ogni mattina qualcuno dovesse rifarlo.

Della piazza si vedeva ancora la forma: un rettangolo largo con quattro strade che ci entravano dentro.

Le case erano di due tipi. Quelle intere, con le finestre chiuse e le tapparelle abbassate fino in fondo, e quelle aperte, che non erano aperte perché qualcuno le avesse aperte: mancava un muro, e allora si vedeva dentro. Si vedeva una scala che saliva verso niente. Si vedeva una cucina al terzo piano, con le piastrelle ancora attaccate. Si vedeva, in una stanza senza pavimento, un armadio in piedi, dritto e paziente, come se aspettasse che qualcuno tornasse a prendere i vestiti.

Non c'erano panni stesi. Questa era una cosa che si notava subito, anche senza saperla dire.

Non c'era erba. Cioè, forse c'era, ma sotto. La terra era coperta di calcinacci e di vetro rotto, e il vetro rotto era l'unica cosa che ogni tanto brillasse, quando il sole riusciva a passare. Allora per un attimo una scheggia mandava una luce piccola, e poi il sole se ne andava, e la scheggia restava lì, un pezzo di vetro sporco tra i calcinacci.

Gli uccelli erano andati via presto. Gli uccelli capiscono prima.

Erano rimasti il fornaio, che accendeva il forno un giorno sì e due no, due vecchie che abitavano nello stesso pianerottolo, un uomo con un cane bianco e nero, e altre nove o dieci famiglie sparse tra le case intere. Camminavano in fretta e vicino ai muri, con le spalle un po' curve, come si cammina sotto la pioggia quando non si ha l'ombrello. Portavano borse, taniche, sacchi. Nessuno portava fiori. Quando due si incontravano, si dicevano poche parole e poi andavano avanti, ognuno per la sua strada.

I bambini c'erano. Giocavano nei cortili, perché i bambini giocano dappertutto. Ma giocavano piano, senza gridare, e ogni tanto uno alzava la testa e ascoltava, e allora anche gli altri alzavano la testa e ascoltavano. Poi tornavano al gioco.

Perché nel Paese Grigio la cosa più importante era il rumore. Non i rumori normali — un passo, una porta, una tosse. Quelli erano pochi e sottili. C'era invece il silenzio, che era grande e pesante e stava fermo sopra le case dall'alba a mezzogiorno, il tempo che il pane del fornaio si raffreddasse sul tavolo e nessuno venisse a prenderlo. E poi c'era l'altra cosa.

L'altra cosa arrivava senza avvisare.

Prima un sibilo, corto, come se qualcuno tirasse una riga nell'aria. Poi il boato.

Il boato non era un rumore che si sentiva solo con le orecchie. Si sentiva nei denti, nei piedi, nel petto. Faceva tremare i bicchieri negli armadi che erano ancora armadi. L'intonaco si staccava dai soffitti e cadeva sul pavimento a pezzi e a polvere. I cani, quelli rimasti, si mettevano a pancia a terra. La gente si fermava un attimo, contava dentro di sé, e poi capiva se era lontano o vicino.

Quel giorno era lontano.

Il boato salì dietro le colline, dove non si vedeva. Fece alzare in aria una nuvola tonda e sporca. La nuvola crebbe, si allargò, si sfilacciò ai bordi. Ci mise circa due minuti.

Il rumore rotolò dentro la valle, urtò contro i muri della piazza, tornò indietro più piccolo, e infine si spense.

Restò il silenzio di prima, un po' più fondo.

E la polvere, che era salita in alto, cominciò a ricadere. Scese senza fretta sui tetti, sulla fontana senz'acqua, sulla L e sulla I e sulla mezza O, sulle mani di chi non si era ancora mosso. Ci mise molto tempo. E quando ebbe finito, ogni cosa era di nuovo esattamente dello stesso colore.

Una Bomba Viene al Mondo

La prima cosa che Cenere conobbe fu una stretta.

Due dita di ferro la tennero ferma per i fianchi, e una terza scese dall'alto e le chiuse il cappello sopra la testa. Ci fu un giro, e un altro giro, e poi un piccolo scatto secco, e lei era finita. Prima di quello scatto non c'era stata. Dopo, sì.

Era calda. Questa fu la seconda cosa che seppe di sé. Il metallo appena fatto è tiepido come il pane, e per un poco Cenere se ne stette lì, tiepida, senza pensare niente, mentre il nastro sotto di lei si muoveva piano e la portava avanti.

Il capannone aveva undici campate, e il nastro ci metteva circa quattro minuti ad andare da un capo all'altro. In alto correvano dei tubi, e dai tubi pendevano lampade dentro gabbie di fil di ferro. Le lampade erano gialle e sporche di polvere, e la polvere ne mangiava metà luce. Sotto, le macchine lavoravano con calma. Non avevano fretta. Una prendeva il guscio, una lo lisciava, una gli girava intorno con un fischio sottile, una lo posava.

C'era un rumore continuo, e dentro il rumore c'era un ritmo. Tunf. Tunf. Tunf. Tornava sempre uguale. Molte notti dopo, Cenere si sarebbe accorta di sentirlo ancora, anche quando le macchine erano spente.

Il nastro la portò accanto alle altre.

Erano quarantotto. Stavano in fila su una rastrelliera di legno, ognuna nel suo incavo, tutte della stessa altezza, tutte dello stesso colore che non era un colore: quel verde-grigio che a guardarlo da lontano è soltanto grigio. Le pinze presero Cenere e la posarono nel suo posto, il quinto da sinistra, e la lasciarono andare.

Adesso era in mezzo.

A destra aveva una sorella che ticchettava un poco, per via del raffreddamento. A sinistra ne aveva una perfettamente immobile. Nessuna disse niente, perché non sapevano ancora dire, ma Cenere sentì che erano lì.

Poi arrivarono le mani.

Erano mani vere, di persone, e si muovevano diversamente dalle macchine: più veloci in certi punti e più lente in altri. Una donna con un fazzoletto sui capelli passò lungo la rastrelliera con uno straccio e pulì una per una tutte le sorelle. Quando arrivò a Cenere le girò intorno lo straccio due volte, sotto il cappello, dove restava sempre un po' di sporco. Poi tirò su col naso e passò avanti.

Un uomo con un blocchetto contò a voce bassa. Sei, sette, otto. Toccava ciascuna con la punta della matita mentre contava, un colpetto leggero. A Cenere quel colpetto piacque. Fu la prima cosa che le piacque.

Più tardi ci fu la scintilla.

Un altro uomo, con un vetro scuro davanti agli occhi, si fermò all'inizio della fila con un attrezzo che sputava luce. Cenere non poteva voltarsi, ma vide il lampo riflesso sul fianco della sorella accanto. Era bianco e azzurro insieme, un azzurro che pungeva, vivo come niente di ciò che aveva visto fino a quel momento. Durò un secondo. Poi l'uomo staccò l'attrezzo, e il capannone tornò giallo e polveroso.

Cenere aspettò che tornasse. Non tornò.

Il posto dove era nata si chiamava fabbrica, ma le persone che ci lavoravano dicevano «la culla». Lo dicevano senza sorridere. Era una parola vecchia, rimasta lì da quando la fabbrica faceva altre cose, e nessuno si era preso la briga di cambiarla.

Nella culla si nasceva a gruppi. Ogni gruppo aveva un numero e un giorno. Le sorelle di uno stesso giorno restavano insieme sulla rastrelliera, insieme andavano al controllo, insieme aspettavano. Le più grandi, il gruppo undici, nate ventidue giorni prima, stavano in fondo al capannone, allineate su carrelli bassi, e non ticchettavano più. Erano fredde e lucide e non si muoveva niente in loro. Cenere le guardava e non capiva perché stessero tanto zitte.

Di notte le macchine si fermavano. Allora si sentiva il vento fuori, e il vento faceva sbattere una lamiera sul tetto, sempre la stessa, sempre allo stesso modo: tac, pausa lunga, tac. La donna del fazzoletto restava fino a tardi a sistemare le casse. Mentre lavorava canticchiava, ma non una canzone intera: solo l'attacco della ninna nanna del mercante, quattro note, che ricominciavano da capo prima di arrivare in fondo. Cenere non sapeva che ci mancasse un pezzo e la trovò bellissima.

Le controllavano il peso. Le tenevano il metallo asciutto, perché l'umido fa male. Se una sorella usciva storta dalla linea, la mettevano da parte su un panno e la aggiustavano. Quando qualcuno faceva cadere una cassa, tutti si giravano e trattenevano il fiato, e poi qualcuno diceva una parola brutta, e poi ridevano piano per la paura passata. Le volevano bene, e Cenere non ebbe mai motivo di dubitarne.

Solo, nessuno le parlava mai di fuori.

Ogni tanto, quando il portone scorrevole si apriva per far entrare un camion, arrivava una folata d'aria fredda che sapeva di terra bagnata e di bruciato. Le sorelle sulla rastrelliera si raffreddavano tutte insieme di un mezzo grado. Cenere allungava lo sguardo verso quello spiraglio, ma vedeva soltanto un rettangolo pallido e dentro il rettangolo la sagoma delle colline, e la polvere che ci girava dentro come neve che non ha voglia di scendere. Poi il portone si richiudeva.

Il giorno dopo vennero a mettere i nomi.

Non era una cerimonia. Era una parte del lavoro, verso le quattro, quando la luce delle lampade cominciava a sembrare più forte perché fuori calava. Un vecchio con un grembiule e un barattolo di vernice bianca passò lungo la fila con un pennello sottile. Aveva le dita gonfie e macchiate, e teneva il barattolo appoggiato al petto per non doverlo posare ogni volta.

Scriveva un numero sul fianco. Poi, sopra il numero, scriveva una parola.

Non era obbligato a farlo. Nessuno gliel'aveva chiesto. Lo faceva da anni, e quando gli domandavano perché, alzava le spalle e tornava al lavoro.

Arrivò al quinto incavo da sinistra. Si fermò, guardò Cenere, poi guardò fuori dal finestrino alto sopra il portone, dove il cielo era del solito colore.

Appoggiò due dita sul metallo, piano, come si appoggia la mano sulla fronte di un bambino per sentire se ha la febbre. Le dita erano fredde, ma sotto erano calde.

«Tu ti chiami Cenere», disse.

Poi intinse il pennello e lo scrisse.

Le Lezioni del Generale

«Una bomba che arriva in ritardo non è una bomba», diceva il Generale. «È un pezzo di ferro.»

Lo diceva con la calma di chi enuncia una cosa vera e già nota, come si dice che l'acqua bagna, e nessuna delle sorelle pensava di discuterne. Era la prima regola. La seconda era la memoria: quello che ti dicono una volta non te lo dicono due. La terza era che le domande si fanno alla fine. Le altre nove sarebbero venute a suo tempo, una per lezione, e Cenere le imparò tutte in tre settimane, perché aveva buona memoria e perché la memoria, appunto, era la seconda regola.

Il Generale stava contro la parete est, su due cavalletti di legno rinforzati con del filo. Era enorme. Era un GB-9 da millesettecento chili, fuori produzione da undici anni: gli aerei di adesso erano piccoli e svelti e non lo avrebbero mai sollevato, così lo avevano lasciato lì, gli avevano dato una mano di vernice e un compito. Sul fianco aveva il suo nome scritto in stampatello, e la vernice era così vecchia che aveva cominciato a sfogliarsi come una crosta.

Le lezioni erano al mattino, dopo il conteggio.

Il Generale non alzava mai la voce. Diceva che le cose importanti si dicono piano, altrimenti sembrano urgenti, e l'urgenza fa sbagliare. Poi faceva una pausa, e nella pausa si sentiva il filo dei cavalletti che lavorava sotto il suo peso, un cigolio corto, sempre lo stesso. Poi diceva che le bombe nervose sono bombe sprecate. Diceva sempre «sprecate», mai altre parole.

Poi venivano i giochi.

Il primo si chiamava La Statua. Bisognava restare immobili il più a lungo possibile, senza ticchettare, senza spostare il peso di un millimetro, mentre il Generale contava. Vinceva chi resisteva di più. Cenere ci prese gusto subito: era brava a stare ferma. Solo molto dopo capì che il gioco serviva al camion. Nei cassoni si sta stretti, si sbatte, e una bomba che si muove al momento sbagliato non arriva da nessuna parte. Ma il Generale non lo spiegò mai così. Disse: «La Statua insegna la pazienza», e la pazienza è una bella parola.

Il secondo si chiamava Uno-due-tre. Il Generale batteva sul cavalletto con un colpo secco e le sorelle dovevano contare dentro di sé fino al numero che aveva detto, e poi fermarsi esattamente lì. Non prima, non dopo. Chi si fermava a dieci invece che a undici perdeva il turno. Era un gioco allegro, quasi una filastrocca, e la rastrelliera intera lo faceva insieme, tutte in silenzio, tutte con lo stesso numero in testa. Il numero, naturalmente, era il tempo che passava tra l'uscita e il resto. Il resto non veniva nominato.

Il terzo si chiamava Il Tuffo. Non si poteva giocare davvero, perché nessuna di loro si muoveva da sola. Si giocava con l'immaginazione: bisognava pensarsi con il muso in giù, dritte, senza girare su se stesse, la coda che segue e non comanda. Il Generale diceva che una bomba che gira è come un bambino che corre guardando le nuvole, e non aggiungeva altro, e nessuna capiva bene se ci fosse da ridere.

Il quarto era il gioco delle sagome, e a Cenere piaceva più di tutti.

Il Generale teneva, appoggiate al cavalletto, delle figure ritagliate nel cartone. Le mostrava una alla volta, e la classe doveva dire che cos'erano.

«Questo?»

«Un ponte», rispondevano le sorelle.

«Questo?»

«Un tetto.»

«E questo, che è lungo e stretto e ha le ruote?»

«Un camion.»

«Bene. E questo?»

Era una fila di quadratini piccoli, uno accanto all'altro, con dei rettangoli dentro.

Ci fu un silenzio. Poi qualcuna disse: «Case».

«Case», confermò il Generale. «Le case si contano. Non si guardano.»

Cenere ci pensò su. Le sembrò una regola strana, perché per contare una cosa bisogna pur guardarla. Ma non lo disse, perché la terza regola diceva che le domande vanno fatte alla fine, e alla fine di solito non c'era tempo.

C'era anche il vocabolario. Il Generale ci teneva molto al vocabolario. Diceva che una bomba che parla male pensa male.

Non si diceva «rompere»: si diceva neutralizzare. Non si diceva «bruciare»: si diceva bonificare. Un paese non era un paese, era un settore. Le persone che stavano dentro il settore non si chiamavano persone. Si chiamavano presenze, e le presenze si dividevano in due gruppi, e uno dei due gruppi si chiamava eccedenza.

Cenere le imparò tutte. Il terzo giorno, alla domanda su che cosa fa una bomba quando arriva, rispose: «Neutralizza l'eccedenza nel settore», e il Generale disse che era una risposta pulita. A lei la frase era uscita liscia, senza inciampo, come una cosa che non pesa: non aveva dovuto pensare a niente per dirla.

Una mattina, mentre il Generale sistemava le sagome, quella delle case gli scivolò di lato e cadde girata sull'altra faccia.

Il cartone era stato ritagliato da un vecchio manifesto. Sul retro c'era una striscia di rosso. Un rosso pieno, caldo, un rosso che nella culla non esisteva: nella culla c'erano il verde-grigio, il giallo sporco delle lampade, il marrone del legno e la polvere sopra ogni cosa. Questo invece era acceso, e sembrava non saperlo.

Durò poco. Il Generale disse «scusate» — era educato — e rimise la sagoma dal verso giusto.

Cenere continuò a guardare il bordo, dove un filo di rosso restava visibile. Le venne in mente la scintilla del saldatore, quel bianco-azzurro che pungeva, e si accorse che le due cose, pur essendo diversissime, le facevano la stessa cosa dentro.

Alla fine della lezione alzò la voce, o quello che in lei ne faceva le veci.

«Signore, che cosa c'era scritto su quel manifesto?»

Il Generale non si voltò subito. Poi disse: «Niente che ti serva.»

Non era scortese, e Cenere non trovò niente da rispondere. Restò però con la sensazione di aver chiesto una cosa storta, e insieme di non capire in che punto fosse storta: se nella domanda, o in lei, o nel cartone. Per qualche giorno, la notte, quando le macchine tacevano e la lamiera sul tetto faceva tac, pausa lunga, tac, pensò al rosso, e si accorse di tenerselo per sé senza aver deciso di farlo. Fu la prima cosa che non disse a nessuno.

Le lezioni andarono avanti. A Sedici, che nel Tuffo si immaginava sempre di scendere di traverso, il Generale fece ripetere l'esercizio quattordici volte, senza mai dire che sbagliava: diceva soltanto «di nuovo, coda dietro», e alla quindicesima disse «ecco», e Sedici per due giorni non parlò d'altro. A Cenere, dopo una Statua di quattro ore, disse: «Tu hai il ferro tranquillo.» Alla fine di ogni settimana diceva che erano un gruppo promettente, e che di gruppi lui ne aveva istruiti trentuno. Le sorelle si gonfiavano d'orgoglio. La donna del fazzoletto passava con lo straccio e le trovava tutte lucidissime.

Alla fine del mese, Cenere sapeva fare bene queste cose.

Restare immobile per quattro ore senza ticchettare.

Contare fino a undici e fermarsi a undici.

Distinguere un ponte da un tetto e un tetto da un camion.

Riconoscere una fila di case e contarle senza guardarle.

Cadere con il muso in giù, almeno con il pensiero.

Dire neutralizzare, bonificare, settore, presenza, eccedenza.

Non chiedere che cosa c'è dall'altra parte del cartone.

Il Fiore tra le Macerie

Ogni tanto dalla culla partiva un carico e non tornava indietro. Quello di un giovedì di fine mese tornò, e tornò per un errore di conteggio: qualcuno aveva scritto ventidue dove doveva scrivere dodici, e le dieci in più fecero la strada per niente.

Cenere era una delle dieci.

La misero in una cassa di legno con altre cinque sorelle, tra due strati di paglia, e la cassa finì in cima alla catasta nel cassone del camion. Il coperchio non era ancora inchiodato: solo appoggiato, e da un lato restava una fessura larga come un dito.

Il Generale, il giorno prima, le aveva raccomandate. Aveva detto: «Statua.» Solo quella parola, e le sorelle avevano capito.

Il camion partì all'alba. Cenere fece la Statua per bene, ferma, senza ticchettare, mentre il cassone sbatteva e la paglia le grattava il fianco. Ma la fessura era là. E stare fermi non significa non guardare.

Fuori c'era la strada, e la strada era grigia. Poi vennero i muri, e i muri erano grigi. Poi un albero senza foglie, grigio anche lui, e un cane che si spostò di due passi e si rimise a sedere.

A un certo punto il camion si fermò.

Davanti, la strada era chiusa da un mucchio di pietre e travi cadute dall'alto di una casa: una di quelle case aperte, senza un muro, che dentro tengono ancora le loro cose in ordine. L'uomo alla guida scese, guardò, disse qualcosa a un altro uomo, e insieme si misero a discutere se conveniva girare a destra o tornare indietro. La discussione andò per le lunghe.

Cenere aveva davanti agli occhi, per il tempo di quella discussione, un pezzo di macerie grande più o meno come la sagoma di cartone del Generale.

Lo guardò tutto, perché non c'era altro da fare. Vide un pezzo di piastrella con un disegno a righe. Vide un tubo piegato. Vide la polvere che si alzava dove gli uomini camminavano e restava ferma all'altezza dei loro stivali, senza andare né su né giù.

E poi, in mezzo, vide una cosa gialla.

Stava in una fessura tra due mattoni rotti, su uno stelo sottile, storto, sporco fino a metà. Sopra aveva quattro o cinque petali e un puntino scuro nel mezzo. Era piccolissima. Era gialla in un modo che non c'entrava niente con il giallo delle lampade della culla, che è giallo malato e sta sul muro come una macchia d'unto. Questo qui sembrava una cosa accesa, e sembrava non saperlo.

Cenere non ticchettò. Fece la Statua meglio di come l'avesse mai fatta in vita sua, ma dentro, all'altezza del terzo incavo, qualcosa girò di un quarto di giro e si fermò a metà, come una rotella che non trova il dente.

Il vento passò e lo stelo tremò e si raddrizzò.

«Che cosa guardi?» chiese la sorella accanto a lei. Era quella che al terzo incavo aveva vinto due volte a Uno-due-tre.

«C'è una cosa gialla», disse Cenere.

«Gialla come le lampade?»

«No. Diversa.»

La sorella non si sporse, perché non poteva, e perché non le veniva in mente di farlo.

«Serve a qualcosa?» chiese.

Cenere ci pensò. Cercò dentro il vocabolario che aveva imparato, quello ordinato, con le parole che stanno in fila e non fanno rumore in bocca. Non ce n'era nessuna per quella cosa. Non era un ponte, non era un tetto, non era un camion, non era una fila di case da contare senza guardarle.

«Non lo so», disse.

«Allora non serve», disse la sorella, e si zittì, contenta di aver risolto.

Cenere invece non era contenta.

Le venne una domanda, e la domanda era questa: chi l'ha fatta, quella cosa. Perché tutto quello che Cenere conosceva era stato fatto da qualcuno. Lei l'avevano fatta le pinze e le mani; le casse le inchiodava un uomo con un martello; il nome sul suo fianco l'aveva scritto il vecchio con il pennello, lettera per lettera.

Ma sotto quel mucchio di pietre non c'era nessuno con un pennello.

Le venne anche una seconda domanda, più piccola e più fastidiosa, e fu questa: quella cosa gialla stava dentro un settore. E se qualcuno diceva bonificare, il giallo dove andava.

Non se lo chiese con quelle parole, perché non le aveva ancora. Le arrivò tutta in una volta, come una gomitata nel fianco.

Gli uomini smisero di discutere. Uno di loro passò accanto alle macerie per tornare al camion e mise il piede a due dita dallo stelo, e non lo vide, e lo lasciò intero. Poi salì, sbatté la portiera, mise la marcia indietro.

Il camion ricominciò a muoversi. Attraverso la fessura il mucchio di pietre scivolò di lato, si fece più stretto, diventò una striscia.

L'ultima cosa che Cenere vide fu il fiore che tremava nel vento, sempre allo stesso modo, che si piegava e tornava su, piccolo e giallo in tutto quel grigio, e restò a guardarlo finché ci fu qualcosa da guardare, e poi anche dopo.

Il Disegno del Bambino

Al ritorno le casse furono scaricate in fretta, perché stava per piovere polvere e nessuno voleva restare fuori. Una scivolò dalle mani, batté di spigolo sul cemento del piazzale e si aprì. Le sorelle rimasero dentro. Cenere no.

Rotolò per tre metri, girando sul fianco, e si fermò contro qualcosa di morbido.

Non si spaventò. Fece la Statua, come le avevano insegnato, e aspettò che venissero a riprenderla. Intanto guardò contro cosa si era fermata.

Era un foglio. Mezzo sepolto nella polvere, con un angolo strappato e il resto ripiegato su se stesso. Il vento lo aprì.

Cenere non aveva mai visto tanti colori tutti insieme.

C'era una casa. Si capiva che era una casa perché aveva un quadrato, un triangolo sopra e due finestre. Il triangolo era rosso. Non il rosso del manifesto sul retro della sagoma, che era una striscia sola e per un attimo: questo era steso su tutto il tetto, passato avanti e indietro fino a uscire dai bordi.

Sopra la casa c'era una palla gialla con i raggi dritti intorno, come le dita di una mano aperta.

Sotto, tre figure. Una grande, una media, una piccola, tutte con le braccia che partivano dalla testa e finivano attaccate l'una all'altra. Avevano la bocca curva all'insù. Cenere non sapeva come si chiamava quella curva. La sentì all'altezza della fascia di saldatura, sotto la vernice, come il colpetto della matita sul fianco: due battiti, poi più niente.

Poi c'era un albero, e l'albero era verde, con i pallini rossi tra le foglie.

E poi, in alto, sopra ogni cosa, una striscia larga che andava da una parte all'altra del foglio.

Era azzurra.

Cenere la guardò a lungo. Conosceva quell'azzurro. L'aveva visto una volta sola, il primo giorno, quando l'uomo con il vetro scuro davanti agli occhi aveva acceso l'attrezzo che sputava luce, e il lampo si era riflesso sul fianco della sorella accanto. Era durato un secondo. Lo aveva aspettato tutte le notti.

Qui invece stava fermo. Stava lì, sul foglio, e non se ne andava.

Cenere inclinò l'ogiva di quel poco che il fianco appoggiato le concedeva, e guardò in su. Sopra il piazzale c'era il cielo, e il cielo era del solito colore: il grigio che veniva giù dalle ciminiere del settore due e si posava sui tetti, sulle mani, sulla vernice bianca delle lettere.

Poi tornò al foglio. Nella striscia azzurra qualcuno aveva disegnato due segni sottili, due V storte, una più grande e una più piccola.

Uccelli.

Cenere non aveva mai visto un uccello. Nella culla non entravano, e sopra il paese non ce n'erano più da anni. Ma nel disegno ce n'erano due, e volavano.

In basso a destra, in un angolo, c'erano delle lettere grandi e sbilenche, scritte con il blu, una più su e una più giù. Cenere le riconobbe per quello che erano. Ne aveva sul fianco anche lei, dipinte in bianco dal vecchio con il pennello, una alla volta, con calma. Era un nome.

Qualcuno aveva fatto quel foglio. Non le pinze, non il nastro. Una mano piccola, che aveva scelto il rosso per il tetto e l'azzurro per il cielo, e ci aveva messo tempo, perché il colore usciva dai bordi ed era stato passato due volte.

Allora, pensò Cenere, il cielo può essere di quel colore.

Un granello di polvere le si posò sulla lettera in mezzo e ci restò.

Fu allora che le venne il primo desiderio, e non riguardava le sagome, né i tetti da riconoscere in fretta, né il settore: vedere una volta il cielo azzurro, e gli uccelli dentro, e stare ferma a guardarli senza contare.

Non lo disse a nessuno. Non c'era nessuno a cui dirlo, e comunque le sorelle avrebbero chiesto se serviva a qualcosa.

Dal capannone uscirono due uomini a raccogliere il carico rovesciato. Cenere li sentì arrivare dai passi.

Allora fece una cosa che non aveva mai fatto.

Si spostò. Un movimento minimo, mezzo giro sul fianco, tanto quanto le bastava. Il foglio si piegò in due sotto di lei, poi in quattro, e finì appiattito contro il metallo, nell'incavo tra la pancia e la fascia di saldatura, il punto dove il vecchio aveva appoggiato le dita il giorno del nome.

Le mani la sollevarono. La rimisero nella cassa, tra la paglia, con le altre cinque.

Il foglio restò dov'era, chiuso stretto contro il metallo, che non era più tiepido da un pezzo.

L'Arruolamento

«Pronte», disse l'uomo con il blocchetto, e mise una crocetta.

Lo disse piano, come diceva sempre tutto, contando con la punta della matita: un colpetto per ogni fianco. Cenere ricevette il suo. Le piaceva ancora, quel colpetto, anche adesso.

Poi la parola girò per il capannone e diventò grande. Le sorelle la ripeterono da un incavo all'altro, pronte, pronte, e la rastrelliera prese a ticchettare tutta insieme, non per il freddo ma per la contentezza.

Era arrivato il giorno. Trenta giorni di addestramento, quarantuno esercitazioni di Statua, quattordici nate insieme a marzo e dodici ancora sulla rastrelliera: le altre due erano state scartate alla prova del filetto e portate via su un carrello. Le dodici rimaste erano state dichiarate idonee al servizio.

La culla si preparò come per una festa.

Prima venne la donna del fazzoletto, con il secchio e lo straccio. Le lucidò una per una, dal muso alla coda, girandole sul fianco per arrivare sotto. Le sorelle si lasciavano fare e si guardavano nel metallo delle vicine, che adesso rimandava le lampade. Cenere invece stava rigida.

Il foglio era ancora lì, piegato in quattro, schiacciato nell'incavo tra la pancia e la fascia di saldatura. Se lo straccio fosse passato di là, sarebbe uscito.

Lo straccio passò di là.

La donna si fermò. Con due dita sollevò appena l'angolo del foglio, il tempo di vedere che c'era del rosso, e del giallo. Cenere non respirava, e non aveva niente per respirare. Poi la donna rimise il foglio dov'era, lo spinse dentro con il pollice perché stesse meglio, e continuò a lucidare più giù, come se avesse trovato soltanto polvere.

Non disse niente. Canticchiò, quelle tre o quattro note che finivano sempre prima della fine.

Dopo la donna venne il vecchio con il pennello. Ripassò i nomi, uno per uno, sopra la vernice vecchia, perché il viaggio consuma e un nome sbiadito non si legge più. Quando arrivò a Cenere le tenne il fianco fermo con la mano larga, come il primo giorno, e rifece le sei lettere con calma.

C-E-N-E-R-E.

Le dita gli tremavano un po'. Cenere pensò che fosse per l'età.

Poi arrivò il Generale.

Lo portarono al centro del capannone sui suoi cavalletti, spingendolo piano, e questo non succedeva mai: di solito stava contro la parete est e le sorelle andavano da lui. Ma il giorno dell'arruolamento il Generale si sposta. È la regola undici, anche se il Generale non l'aveva mai detta a voce.

«Sull'attenti», disse.

Le dodici fecero la Statua tutte insieme, e la fecero bene.

Il Generale parlò poco. Disse che alla prova del ventotto avevano tenuto la Statua per quaranta minuti con il carrello che passava avanti e indietro, e che nessuna aveva ticchettato: nessun altro gruppo dei suoi c'era mai riuscito senza una sbavatura. Disse che avevano imparato le dodici regole, e che le regole servono soprattutto quando si ha paura, perché la paura fa dimenticare. Disse che una bomba che arriva al momento giusto vale più di cento che arrivano tardi, e questo le sorelle lo sapevano già a memoria, ma sentirselo dire lì, in mezzo al capannone, con le lampade accese anche di giorno, fu un'altra cosa.

Alla fine disse: «Adesso potete fare una domanda».

Era la regola tre: le domande alla fine. Cenere aveva sempre pensato che alla fine non ci sarebbe stato tempo. Invece il tempo c'era. Per un po' nessuna parlò: si sentiva solo il barattolo del vecchio che urtava contro il banco, due volte, e i passi di qualcuno in fondo.

La prima sorella chiese quanto durava il viaggio.

«Dipende dal settore», rispose il Generale. «Tre giorni. O quattro. Non contateli.»

La seconda chiese se nel cassone si stava stretti.

«Sì», rispose il Generale. «Fate la Statua.»

La terza chiese quale sagoma avrebbero trovato.

«Quella che vi diranno», rispose il Generale.

Poi toccò a Cenere, e Cenere non chiese niente.

Aveva la sua domanda pronta da giorni. Era una domanda piccola e storta, e non somigliava a nessuna delle domande che si facevano lì dentro. Il giallo di quel fiore, se il settore viene bonificato, dove va a finire? E l'azzurro, quello vero, quello che sta sopra le colline: c'è o non c'è?

Ma per fare una domanda bisogna dire come si è arrivati alla domanda. E per dire come si è arrivati alla domanda, avrebbe dovuto parlare del foglio.

Così disse: «Niente. Grazie».

Il Generale fece un rumore che voleva dire va bene, e sembrò quasi contento. Le bombe che non fanno domande sono le più affidabili.

Poi fu tutto in fretta, come sempre alla culla.

Le casse vennero portate dentro, sei per volta, con la paglia nuova. Gli uomini le riempirono senza sbagliare, controllando i numeri di serie sul blocchetto. Le sorelle salutavano dall'alto, e si dicevano cose come ci vediamo là, e stai ferma, e vinco io alla Statua. Una rise. Due o tre ticchettavano ancora, ma erano fredde da un pezzo: ticchettavano per finta, per fare rumore.

Dalla rastrelliera in fondo, quelle nate il mese dopo guardavano tutto con gli occhi che non hanno. Le più piccole non capivano bene, ma vibravano lo stesso, tutte insieme, e la rastrelliera vibrava con loro.

Cenere fu la nona a essere sollevata.

Mentre l'uomo la portava, passò accanto ai cavalletti. Il Generale le disse una sola parola, la stessa dell'altra volta, e con la stessa voce.

«Statua.»

«Sì», disse Cenere.

Poi passò accanto al vecchio, che stava già pulendo il pennello nel barattolo, e non alzò la testa.

Nella cassa la paglia era pulita e sapeva di secco. Cenere si sistemò sul fianco destro, come faceva sempre, e sentì il foglio piegato che le premeva contro il metallo, in quel punto lì.

Fuori tutti erano contenti. Dentro di lei c'era una casa con il tetto rosso, un sole con i raggi come dita, tre figure attaccate per le braccia, e una striscia azzurra che andava da una parte all'altra del mondo. Quando si spostava di un dito, la carta faceva un rumore piccolissimo contro la saldatura, e lei tornava ferma.

Il coperchio scese. Questa volta lo inchiodarono.

Attraverso il legno, Cenere sentì la voce dell'uomo con il blocchetto che leggeva l'ordine ad alta voce, perché lo sentissero anche in fondo al capannone.

Dodici unità, settore sette, colonna due.

Partenza alle quattro e dieci.

La Notte Prima

Dal momento in cui inchiodarono il coperchio alle quattro e dieci mancavano undici ore e dieci minuti.

Cenere lo sentì dire da un uomo, fuori, mentre il martello finiva l'ultimo chiodo. Ma undici era un numero che non sapeva tenere. Nella culla le avevano insegnato a contare fino a tre, perché tre bastava: uno-due-tre e sei arrivata. Oltre il tre non c'era lezione.

Così contò fino a tre, e ricominciò.

Nella cassa era buio. Non il buio della notte, che ha dentro qualcosa, ma il buio del legno, che è pieno e fermo e sa di paglia secca. Cenere stava sul fianco destro, come sempre. Sopra di lei, a due dita, c'erano le assi del coperchio. Sotto, la paglia. Ai lati, il respiro di metallo delle sorelle, che non è un respiro ma le somiglia.

All'inizio parlarono.

Una disse che nel cassone del camion si sta più comodi che nella rastrelliera, perché almeno ci si può appoggiare. Un'altra disse che aveva sentito parlare del settore sette e che era un settore importante. Una terza chiese se qualcuno sapeva quanto pesava una cassa piena, e nessuno lo sapeva, e la cosa fece ridere tutte per un poco.

Poi le voci si diradarono, come si diradano i colpi di tosse in una stanza dove qualcuno sta per dormire.

Fuori, alle otto, le macchine si fermarono.

Cenere conosceva quel momento. Prima c'era un rallentare lungo, un rumore che si sfilacciava, e poi il silenzio arrivava tutto in una volta, come una coperta buttata sopra. Allora si sentiva il vento, e il vento faceva sbattere la lamiera sul tetto: tac, pausa lunga, tac.

Era la stessa lamiera di sempre. Cenere era nata sentendola.

Verso le nove passò la donna del fazzoletto. Cenere la riconobbe dai passi, che erano corti e strascicati, e dal secchio che le batteva contro il ginocchio. La donna sistemò qualcosa in fondo al capannone, spostò una cassa vuota, si fermò.

Poi canticchiò.

Erano quelle tre o quattro note, e come sempre non arrivavano in fondo: ricominciavano da capo un attimo prima, e ogni volta Cenere aspettava il pezzo che mancava, e ogni volta il pezzo non veniva. Quella notte lo aspettò più delle altre volte. La donna passò accanto alla fila delle casse, e sul legno sopra la testa di Cenere ci fu un tocco leggero, forse un dito, forse solo lo straccio appoggiato per sbaglio.

Poi i passi si allontanarono e la porta piccola si chiuse.

Restò la lamiera. Tac, pausa lunga, tac.

Cenere ricominciò a contare, e a un certo punto smise, perché contare non faceva passare niente. Il tempo, quella notte, non passava: si allargava. Era come una stanza che invece di svuotarsi si riempiva.

Le vennero in mente delle cose. Non le chiamò, arrivarono da sole.

Le venne in mente il giallo. Non il fiore intero, che ormai ricordava a pezzi, ma la faccenda del giallo: quel modo che aveva di stare acceso dentro una fessura tra due mattoni, senza chiedere niente a nessuno, mentre tutto intorno era della solita polvere. Ricordava che una sorella aveva detto che non serviva a niente. Ricordava di non aver risposto. E ricordava, questo sì, con precisione, la scarpa di un uomo che si era posata a un dito da lì e poi era ripartita, e l'uomo non aveva mai saputo.

Le venne in mente il rosso di quel manifesto, che era durato meno di un secondo, e sopra il quale c'erano parole che non le servivano.

E poi c'era il foglio.

Ce l'aveva addosso, piegato in quattro, schiacciato tra la pancia e la fascia di saldatura, nel punto dove il vecchio le teneva sempre la mano quando ripassava il nome. Non lo vedeva. Nella cassa non si vedeva niente. Ma lo sentiva, e le bastò sentirlo per rimetterlo insieme tutto, pezzo per pezzo, come si rifà un letto al buio.

La casa con il tetto rosso. Il sole con i raggi come dita. Le tre figure attaccate per le braccia, con le bocche larghe. L'albero con i pallini rossi.

E in cima, da una parte all'altra del foglio, la striscia azzurra.

Cenere si fermò lì.

Perché di tutte le cose del disegno, quella era la più strana. Il tetto rosso poteva essere un tetto: i tetti li aveva visti, li aveva imparati come sagome, e sapeva riconoscerli anche di traverso. Ma la striscia azzurra non era una sagoma. Non aveva bordi. Non finiva. E dentro c'erano due segni che il bambino aveva fatto come due V storte, e quelle due V, a guardarle bene, stavano volando.

Il cielo che Cenere conosceva era un altro. Era quello del rettangolo del portone: pallido, basso, con la polvere che girava dentro come neve sporca. Non era azzurro. Non era mai stato azzurro.

Eppure il bambino l'aveva fatto azzurro, e per farlo azzurro doveva averlo visto.

«Dormi?» chiese la sorella accanto.

«No», disse Cenere.

«Nemmeno io.» Ci fu una pausa. «Secondo te fa male?»

Cenere non rispose subito. Non perché non volesse: perché non sapeva. Nelle dodici regole non c'era scritto niente sul fare male. Il Generale ne aveva parlato una volta sola, e aveva detto che una bomba non sente, e che questa è la sua fortuna.

«Il Generale dice di no», rispose.

«Ah», fece la sorella. E poi, più piano: «Meno male».

Non si dissero altro. Dopo un po' la sorella cominciò a ticchettare, e ticchettò a lungo, anche se il metallo era freddo da ore.

Cenere pensò alle bombe in fondo al capannone, quelle sui carrelli bassi. Erano lì da prima di lei. Erano lucide, erano pulite, e non si muoveva niente in loro. Da piccola aveva creduto che fossero maleducate. Poi aveva creduto che dormissero. Adesso non credeva più nessuna delle due cose, e non aveva ancora trovato la terza, e forse era meglio così.

Verso le tre il vento cambiò e la lamiera smise.

Fu allora che a Cenere venne la cosa dell'alba.

Ci aveva già pensato altre volte, ma sempre di sfuggita, e sempre in mezzo ad altro. Quella notte le venne intera. Lei un'alba l'aveva vista: era partita all'alba, il giorno del viaggio, e attraverso la fessura della cassa aveva guardato la strada diventare da nera a grigia. Ma quello non era stato vedere l'alba. Era stata soltanto la fine del buio.

L'alba vera, quella che il bambino aveva colorato in cima al foglio, doveva essere un'altra faccenda: doveva essere una cosa che comincia e poi continua, e continua ancora, e a un certo punto è finita perché è diventata giorno, e uno può dire di averla guardata dal principio alla fine.

Cenere non l'aveva mai guardata dal principio alla fine. Nessuna delle sue sorelle l'aveva mai fatto. Non era previsto.

Provò a immaginarsela, e ci riuscì per un pezzetto, poi le mancarono i colori e dovette fermarsi.

Alle tre e quaranta si accesero le lampade.

Cenere sentì la corrente arrivare nei fili con quel ronzio sottile che precede la luce, e poi le voci degli uomini, che di mattina presto parlano forte per svegliarsi. Sentì il portone grande aprirsi sui rulli, e l'aria di fuori entrare nel capannone: fredda, e con dentro l'odore della polvere bagnata.

Poi cominciarono a caricare.

La prima cassa fu sollevata con un grugnito. Il carrello cigolò per tutta la lunghezza del capannone. Ci fu un tonfo sul pianale del camion, poi un altro, poi un uomo che diceva a un altro di stare attento al bordo.

La cassa di Cenere fu la seconda.

Quando la sollevarono, il mondo si inclinò e la paglia le franò addosso da un lato. Cenere fece la Statua senza che nessuno glielo dicesse. Le sorelle intorno a lei fecero lo stesso: sei bombe ferme dentro una scatola che si muoveva. Si sentì il freddo del piazzale attraverso il legno, un freddo diverso, che veniva da tutte le parti e non solo da sotto. Poi il tonfo. Poi le altre casse accanto, una dopo l'altra, che sbattevano contro la loro e la stringevano al centro del pianale.

Poi gli uomini tirarono su la sponda e la chiusero con due colpi.

Poi il telone.

Poi il motore, che partì al secondo tentativo e si mise a tremare sotto di lei come una cosa viva e stupida.

E fu in quel momento che Cenere la vide.

Tra l'asse del coperchio e quella di fianco c'era una fessura sottile come un capello, che di notte non si vedeva perché non c'era niente da vedere. Adesso dentro c'era una riga di luce. Non bianca. Non gialla. Un grigio più chiaro degli altri grigi, con appena appena, in fondo, l'idea di qualcos'altro.

Il camion non si era ancora mosso. La riga restò lì, sottile, e cominciò piano a schiarire.

La Scelta di Cenere

Il momento in cui Cenere doveva esplodere aveva un numero, e il numero era tre.

Gliel'avevano insegnato il primo mese, con un gioco. Uno-due-tre e sei arrivata. Non c'era altro da sapere, e non c'era altro da fare: al tre una cosa dentro di lei doveva scattare, come era scattata alla nascita, ma al contrario.

Il viaggio in camion durò un'ora e venti, contate dal rumore: quaranta minuti di asfalto, poi sterrato, poi ventidue buche che le fecero battere l'anello contro la parete della cassa. Poi mani che sollevarono la cassa, chiodi tirati via, aria fredda, e un gancio.

Poi il rombo, che non somigliava a nessun rumore della culla.

Sotto il ventre dell'aereo faceva freddo in un modo nuovo. Il metallo di Cenere si raffreddò tutto insieme, dalla punta all'anello, e il disegno piegato contro il fianco divenne l'unica cosa tiepida che le restava addosso.

Accanto a lei c'era una sorella, agganciata come lei. Non parlarono. C'era troppo rumore per parlare, e comunque non era il momento delle domande: il Generale aveva sempre detto che le domande si fanno alla fine.

Poi il rombo cambiò tono.

Un uomo, da qualche parte sopra, disse un numero. Un altro rispose. Ci fu uno scatto metallico, e sotto Cenere il portello si aprì.

Il vento entrò tutto in una volta.

«Via», disse la voce dell'uomo.

La sorella accanto partì per prima. Cenere sentì il gancio lasciarla e la sentì scendere, e poi non la sentì più.

Poi il gancio lasciò anche lei.

Il Tuffo lo aveva fatto centinaia di volte con l'immaginazione, ferma sulla rastrelliera, mentre il Generale contava. Adesso era vero, e la prima cosa che scoprì fu il silenzio. Il rombo dell'aereo restò sopra e si allontanò, e intorno a lei rimase solo l'aria, che fischiava lungo il fianco come una corda tirata.

Cadeva dritta. Le avevano insegnato bene.

Girò appena la punta, di un niente, quanto bastava per guardare.

E vide l'alba.

Non la fine del buio: l'alba. Cominciava da una parte, bassa, e si allargava. Era arancione dove toccava le colline, e più su diventava di un colore che Cenere aveva visto una volta sola, sul foglio del bambino del deposito, quello che le aveva disegnato sopra una striscia larga in cima e ci aveva scritto sotto una parola con la matita blu. Adesso ce l'aveva davanti largo da una parte all'altra del mondo, senza bordi, senza sagoma, senza fine.

Era azzurro.

Il bambino non se l'era inventato.

Uno.

Sotto di lei il grigio si avvicinava. Cenere lo riconobbe, perché il gioco delle sagome era quello che le piaceva di più e non l'aveva dimenticato: una strada, un'altra strada, un rettangolo che era una piazza, e dentro la piazza una cosa tonda. Poi i tetti, in fila, con i buchi. Poi una macchia più scura ai margini, che non era una casa, e Cenere ci mise un istante a capire che era terra: un campo, arato prima della guerra e mai più seminato, tutto solchi.

Due.

Adesso il vento le urlava contro. Il paese saliva verso di lei come se fosse lui a cadere.

Cenere pensò una cosa sola, e la pensò piano, come si pensa quando si ha ancora tempo per un pensiero e nemmeno per due: che a lei quel colore là sopra non l'avevano mai fatto vedere, e che nessuno gliel'avrebbe fatto vedere dopo.

Poi arrivò il tre.

Al tre, dentro di lei, una cosa si mosse. Non fu un ordine con le parole. Fu come un dito che preme, e sotto il dito c'era tutto quello che era stata fin dal primo giorno: lo scatto della culla, le dodici regole, la voce del Generale che contava, e le parole che le avevano insegnato a ripetere senza spiegargliele — neutralizzazione, obiettivo remunerativo, effetto sulla popolazione.

Preme.

Cenere non si mosse.

Fece la Statua. Non spostare il peso di un millimetro, non ticchettare, non cedere. Nella cintura, dove la carica toccava il detonatore, sentì un calore piccolo che cresceva, un punto caldo grande come un'unghia, e intorno il metallo che restava freddo. Vinceva chi resisteva di più. Era brava a stare ferma, ed era la prima volta che stava ferma per sé.

Il dito premette ancora, e ancora, e Cenere restò ferma.

Non fu facile. Fu come tenere chiusa una porta con dentro qualcosa che spinge. Il punto caldo pulsava, tre volte, quattro, e ogni pulsazione le arrivava fino all'anello. Durò meno di un secondo.

Poi la terra.

Colpì il campo di punta, nel solco, e la terra era molle per la pioggia della notte. Non la respinse. Si aprì appena, la lasciò entrare, e si richiuse sopra di lei con un rumore piccolo, umido, che non arrivò a nessun orecchio.

Cenere affondò per un braccio e mezzo e si fermò.

Poi ci fu il silenzio.

Non il silenzio pesante del paese, quello che sta prima del sibilo. Un altro. Il silenzio del posto dove doveva esserci un boato e il boato non c'è stato.

Nessun vetro tremò. Nessun intonaco cadde. In un cortile un cane si era già buttato a pancia a terra e restò lì un poco, con le orecchie basse, aspettando una cosa che non venne; poi si rialzò, scosse la polvere e se ne andò.

Sopra il campo, l'aria rimase pulita. Non si alzò niente. Non ricadde niente.

Sottoterra faceva buio, ma era un buio diverso da quello della cassa: aveva dentro qualcosa. Radici vecchie che le premevano contro il fianco, un sasso, l'acqua che colava piano lungo il metallo, e i vermi che le passavano accanto, e sotto ancora un raspare minuto di zampe che aprivano gallerie nella terra bagnata.

Stava sul fianco destro, come sempre.

Contro la pancia, nel punto dove il vecchio le teneva la mano quando ripassava il nome, il foglio piegato in quattro era ancora al suo posto.

Cenere restò ferma, e questa volta stare ferma non era un gioco.

Il Colore che Torna

Il primo filo d'erba spuntò a nove centimetri dal punto in cui Cenere era entrata nella terra.

Era sottile come un capello e nessuno lo vide, perché in quel campo non passava nessuno. Era un campo arato prima della guerra e mai più seminato, ai margini del paese, e la gente aveva imparato a girargli intorno.

Sottoterra, Cenere stava sul fianco destro e non si muoveva.

Non era difficile, adesso. Nessuno contava. Nessuno diceva via. Il buio la teneva stretta da tutte le parti, come la stretta della culla il primo giorno, ma senza fretta e senza fine, e dentro quel buio c'erano rumori piccolissimi: un lavorio di cose che scavavano, un gocciolare lento, un sasso che si assestava.

Piovve tre volte in quel mese. L'acqua arrivava dall'alto e scendeva piano attraverso la terra, e quando la raggiungeva era fredda e sapeva di ferro.

Il metallo di Cenere cominciò a cambiare. Prima venne una macchia, poi altre, poi tutta la superficie si coprì di una polvere fine, arancione scuro, che al tatto era ruvida come lo zucchero. Era ruggine. Era anche un colore, ma non c'era nessuno a guardarlo.

Contro la pancia, nel punto dove il vecchio le teneva la mano quando ripassava il nome, il foglio piegato in quattro si ammorbidì. La carta bevve l'acqua, si aprì un poco da sola, e i colori del bambino uscirono dalle righe: il rosso del tetto, il giallo del sole, il verde dell'albero, la striscia azzurra del cielo. Non sparirono. Si stemperarono nell'acqua, e l'acqua andò dove va sempre, cioè in giù e intorno, nella terra, tra le radici vecchie e i sassi.

Il disegno rimase attaccato al suo fianco, chiaro, quasi bianco. Cenere lo sentiva ancora lì. Bastava.

Poi venne l'inverno, e sopra di lei il campo si irrigidì e non successe niente per molto tempo.

A marzo il filo d'erba non era più uno solo.

Erano dieci, poi cento, poi tanti che non aveva senso contarli, e i solchi dell'aratura sparirono sotto. Da lontano il campo non sembrava più marrone: era verde. I bambini nati dopo il primo inverno di guerra conoscevano la parola e non la cosa.

Una radice arrivò fino a Cenere in aprile.

Era piccola e bianca, e la toccò appena, come la punta della matita dell'uomo che contava. Poi tornò il giorno dopo, e restò. Poi ne arrivarono altre, e le passarono intorno, sopra, sotto, e cominciarono a fasciarla piano, senza stringere.

Cenere non si spostò di un millimetro. Non perché fosse un gioco. Perché andava bene così.

Dove le radici la toccavano, la ruggine si staccava un poco e si mescolava alla terra, e la terra la prendeva e se la portava via, un granello alla volta. Non era veloce. Ma non si fermava mai.

In maggio, sopra il campo, si aprirono i fiori.

Erano gialli, piccoli, tantissimi, e stavano bassi. Il vento li piegava tutti da una parte e poi li lasciava tornare su, e loro tornavano su ogni volta, sempre allo stesso modo.

Fu una donna a vederli per prima, dalla finestra del secondo piano di una casa chiusa. Rimase ferma con lo straccio in mano. Poi chiamò qualcuno, e nella stanza entrarono altri due, e stettero tutti e tre a guardare fuori senza dire niente, che era il modo in cui in quel paese si dicevano le cose importanti.

Il giorno dopo un uomo attraversò il campo con un secchio, per vedere da vicino. Camminò piano, come si cammina dove potrebbe esserci qualcosa sotto, e quando arrivò in mezzo si fermò e non trovò niente da fare. Allora tornò indietro.

Ma la settimana dopo tornò con una zappa e, in un angolo, girò la terra e mise dei semi.

Passarono cinque settimane e nell'angolo non venne su niente che si potesse mangiare.

A giugno, in una via laterale, una vecchia stese un lenzuolo tra due finestre. Era l'unico lenzuolo della via, e non era bianco: era di un azzurro sbiadito, di quelli che si consumano con i lavaggi. Restò lì tutto il giorno a gonfiarsi e a sgonfiarsi. La sera qualcuno passò sotto e alzò la testa.

Il mese dopo i lenzuoli erano quattro.

Un ragazzo raccolse i vetri rotti da un cortile e li mise in fila sul muretto, e il sole ci batteva dentro. Un altro prese un pezzo di mattone e disegnò sul muro di una casa aperta una riga rossa, storta, alta quanto lui. Nessuno gli disse di cancellarla.

Nella via i lenzuoli erano quattro su nove case, e delle nove tre restavano chiuse con le imposte inchiodate. La polvere continuava a ricadere, come aveva sempre fatto, e si posava sui lenzuoli e sui vetri e sulla riga rossa. Ma adesso, sotto la polvere, c'era qualcosa. Bastava passarci sopra una manica.

I boati non finirono subito. Ce ne furono altri, lontani, dietro le colline, e ogni volta i cani si buttavano a pancia a terra, e la vecchia dei lenzuoli si fermava con la mano a mezz'aria e contava, muovendo le labbra, i secondi fino al secondo colpo. Poi diventarono più rari. Poi passò una stagione intera senza.

Gli uccelli tornarono in autunno.

Ne arrivarono due, un pomeriggio, e si posarono sul filo della luce sopra la piazza. Da sotto, contro il cielo, sembravano due V storte. Un bambino li indicò e nessuno lo zittì.

Sottoterra, Cenere non vedeva niente di tutto questo. Sentiva il peso delle radici che aumentava, e sentiva il caldo arrivare dall'alto d'estate e andarsene d'inverno, e sentiva che di lei ce n'era ogni anno un po' meno. Il metallo si consumava. Il nome dipinto in bianco sul fianco si era sciolto per primo, prima ancora della ruggine.

Non le dispiaceva.

Il vecchio aveva detto che una cosa senza nome pesa di più da portare. Adesso sopra di lei c'erano quaranta centimetri di terra bagnata, e la terra premeva sempre allo stesso modo, e da qualche parte, molto vicino, l'acqua gocciava contro un sasso.

L'albero venne dopo.

Non lo piantò nessuno. Un seme cadde nel campo, forse dal becco di un uccello, forse dal vento, e attecchì proprio lì, nel punto dove la terra era più smossa e più ricca. Il primo anno era un bastoncino con quattro foglie. Il terzo arrivava alla cintura di un uomo. Il quinto faceva ombra, e l'ombra era una cosa che in quel campo non c'era mai stata.

Le sue radici scesero dritte e trovarono Cenere, e non la evitarono. La presero dentro. Passarono negli incavi, si allargarono nelle crepe, e si portarono su, un anno alla volta, tutto quello che di lei si scioglieva nell'acqua: il ferro, e la ruggine, e i colori sciolti di un disegno fatto da una mano piccola e paziente.

Nessuno lo seppe mai. Non c'era modo di saperlo.

Ma quell'albero fece le foglie verdi, e in primavera fece dei fiori bianchi, e i fiori diventarono frutti piccoli e rossi, tondi, che nessuno aveva mai visto in quel paese e che i vecchi guardarono a lungo prima di decidersi a toccarli.

Un giorno di aprile un bambino attraversò il campo.

Non camminava piano. Nessuno gli aveva più insegnato a camminare piano. Aveva le scarpe sporche fino alla caviglia e in mano una busta di carta, e stava andando da qualche parte, e passò per il campo perché era la strada più corta.

A metà si fermò.

Si chinò tra l'erba e colse un fiore giallo con il gambo lungo, di quelli bassi che il vento piega e che tornano sempre su. Ne colse un altro. Poi si fece un mazzetto e se lo tenne stretto nel pugno, in fondo, dove sta il gambo, come fanno i bambini che hanno paura di perdere quello che hanno preso.

Passò accanto all'albero e non lo guardò, perché per lui l'albero c'era sempre stato.

A casa sua non c'era un vaso. C'era un barattolo di vetro sul davanzale della cucina. Il bambino ci mise dentro un dito d'acqua, infilò i fiori, li raddrizzò con la mano finché non stettero come voleva lui, e poi andò a mangiare.

Il barattolo rimase lì tutto il pomeriggio, tra il vetro e la stanza.

E quando la sera la polvere ricadde, come ricade sempre, sul davanzale trovò qualcosa di giallo.

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